Dire è DIRSI
Parte #2. Un albo delicato e surreale per sottolineare l’importanza del dirsi
Buona giornata ♡
Eccoci al secondo dei quattro appuntamenti che fanno capo al diciassettesimo MINI-PERCORSO DI FORMAZIONE di queste Lettere ad un (giovane) docente, che ho voluto dedicare all’approfondimento dei temi e delle attività didattiche che possiamo proporre in classe per mettere in luce Il bisogno che abbiamo degli altri.
Puoi trovare la prima tappa di questo percorso qui ↓
Sì, l’editing dell’e-book che comprende le prime diciassette Stanze di Valore sta procedendo a pieno ritmo!
Le attività didattiche che ti ho proposto la scorsa settimana avevano lo scopo di accompagnare gli studenti a cogliere le basi vissute dell’esperienza degli altri ma anche a mettere in evidenza la necessità di mantenere il ‘focus’ su se stessi.
Educare alle relazioni, lungi dall’essere il post-it che attacchiamo alle nostre programmazioni curricolari ed educative per assecondare richieste collegiali o legislative, è la declinazione intrinseca di ogni seria didattica orientativa.
“Conoscere chi sono”, infatti, è un processo che accompagna la consapevolezza di sé, pur non essendo in tutti i suoi aspetti coincidente ad essa.
Voglio chiarire meglio quest’ultima affermazione.
Senza scomodare Descartes, è evidente a chiunque che l’individuo percepisca in modo ‘innato’, interiore, il livello-base - chiamiamolo così - della consapevolezza di sé (potremmo definirlo la “consapevolezza del proprio esserci”). Per quanto questo concetto ci possa essere evidente, non è banale se lo pensiamo trasferito sulla nostra attività professionale. Persino lavorando con bambini e bambine del primo anno della scuola primaria (ma possiamo anticipare l’osservazione anche al primo anno della scuola dell’infanzia!), abbiamo a che fare con soggetti che hanno già sviluppato, da un punto di vista cognitivo (neurologicamente e psichicamente) la consapevolezza di essere. E di essere, di esistere, come soggetti ‘altri’ rispetto alla realtà: il fenomeno della permanenza dell’oggetto, del resto, si sviluppa intorno ai 7-8 mesi di età. Il neonato non ha coscienza della propria esistenza.
Ma quanto può essere interessante FAR COMPIERE L’ESPERIENZA DI SÉ ad un bambino o a una bambina di 6 anni, così come ad un ragazzo o una ragazza di 12?
Avere coscienza di sé, infatti, significa avere coscienza della propria individualità, e tale consapevolezza chiede il coinvolgimento di un pensiero e non semplicemente di un sentimento. (Kant docet !)
È proprio avendo in mente questo processo che va DAL SENTIRE AL PENSARE che possiamo immaginare e progettare alcune attività da proporre alle classi - scalabili e modulabili dalla scuola dell’infanzia al biennio (e oltre?) della secondaria - e che riescono ad integrarsi perfettamente nello svolgimento dei progetti dedicati all’educazione alle relazioni e all’affettività, ma certamente anche nei percorsi dedicati all’orientamento.
COME PUÒ LA SCUOLA, MENTRE SVOLGE LA DIDATTICA CHE LE È PROPRIA, CREARE LE CONDIZIONI AFFINCHÉ GLI STUDENTI GIUNGANO A PENSARSI COME REALTÀ INDIVIDUALI E PERCIÒ AD ASSOCIARE VALORE ALLA PROPRIA INDIVIDUALITÀ?
Oggi ti propongo alcune semplici attività, immaginate in un percorso graduale di consapevolezza, che possono essere ESPERIENZA DI UNICITÀ per il singolo individuo.
(ti offrirò anche una nuova MAPPA, costruita intorno ad un recente albo illustrato, che potrai utilizzare in classe, dalla scuola dell’infanzia a… sì, alla scuola superiore!)
Se ti interessa, puoi continuare a leggere nella prossima sezione. (ti ricordo che, se cerchi una formazione uno-a-uno e declinata sulla tua situazione didattica specifica, da qui puoi iscriverti al percorso trimestrale “Orientamento&Affettività”)



