Essere è PARTECIPARE
O di come la prospettiva fenomenologica ribadisce la necessità di ‘un certo modo’ di fare scuola
Buongiorno ♡
In settimana ho concluso l’ultimo dei mini-percorsi di formazione per docenti che gli abbonati possono trovare qui sulle Lettere.
Il titolo che avevo scelto per quest’ultimo percorso era Il bisogno che abbiamo degli altri, poiché avevo in mente di creare una ‘strada’ - fatta di spunti di riflessione per noi, e di attività per le classi - che esemplificasse che cosa significa, in ultima analisi, EDUCARE ALLE RELAZIONI.
Uno dei temi che ho esplorato, in modo più o meno approfondito in ognuna delle quattro ‘puntate’ della serie (mi piace pensarli così, i percorsi che creo per chi insegna), è stato il concetto di partecipazione. In particolare, la chiave culturale che avevo voluto utilizzare nell’ultima delle quattro puntate è stata la chiave antropologica.
E proprio continuando a soppesare quella chiave, mi sono in questi giorni imbattuta negli studi di Lucien Lévy-Bruhl, filosofo e antropologo francese dei primi decenni del Novecento (forse il primo pensatore al quale si possa applicare l’etichetta di filosofo personalista). Il suo primo ambito di ricerca fu l’etica, tanto che la sua tesi di dottorato si concentrò sul concetto giuridico di responsabilità. Nello specifico, egli indagò come l’emergere di una responsabilità non fosse mai una questione giuridica, quanto invece emotiva. La sua ipotesi di ricerca era perciò che la corresponsabilità tra due individui nascesse da un legame che traeva le sue origini nelle condizioni che avevano definito il loro emergere come persone.
Di conseguenza, norme e leggi nascevano dal senso di responsabilità che gli essere umani acquisiscono quando diventano persone.
Ma allora… quando si diventa persone?
Quando si diventa esseri pensanti?
… Come possiamo declinare nel nostro ‘fare scuola’ le osservazioni risultanti?
Lo studio di popolazioni - che altri avrebbero definito ‘primitive’, in Australia, Africa, Asia e sud-America - lo condusse ad osservare che gli individui ad esse appartenenti erano più aderenti alla ‘logica’ della μέθεξις - methexis, “condivisione, partecipazione” - che non alla logica tout-court, quella aristotelica (quella del principio di non contraddizione o del terzo escluso, per intenderci!).
Lévy-Bruhl confutò con forza l’assunto che quel sentimento di partecipazione che aveva riscontrato nelle popolazioni studiate fosse sinonimo di (o perlomeno denotasse) uno stadio ‘meno evoluto’ del pensiero umano: gli individui che egli osservava erano perfettamente in grado di risolvere problemi attinenti alla loro vita, sebbene in alcune occasioni effettivamente sembravano ‘disdegnare’ il principio di non-contraddizione.
Potremmo riassumere la riflessione cruciale di Lévy-Bruhl con le seguenti parole:
Siamo sicuri di non essere talvolta anche noi (individui delle popolazioni cosiddette ‘più evolute’) mossi da un sentimento di partecipazione e fermamente convinti di voler e/o dover percorrere una contraddizione?
(da osservare che egli giunse a tali considerazioni proprio nel decennio ‘30-’40, quando alcune delle popolazioni considerate più ‘razionalmente evolute’ stavano dando una terrificante prova dell’uso della loro logica aristotelica…)
La conclusione alla quale giunse Lévy-Bruhl fu che non esistono popolazioni primitive: la condizione razionale che egli aveva identificato nelle popolazioni non-moderne da lui studiate poteva essere considerata come “universale”.
Non solo…
La logica aristotelica fallisce anche in noi moderni, quando le condizioni ambientali lo impongano
Ma gli spunti che offre Lévy-Bruhl non terminano qui.
La sua ipotesi di lavoro potrebbe esplicitarsi nel fatto che, non solo la partecipazione era pensiero a tutti gli effetti ma anche che essa è la condizione ATTRAVERSO la quale le persone giungono ad essere.
A me questa riflessione sembra bellissima e liberante: PRIMA partecipiamo delle persone intorno a noi (e penso al neonato e alla sua mamma, nei primissimi giorni di esistenza extrauterina) e solo DOPO costruiamo la nostra singolarità, la nostra individualità, il nostro essere persone.
In quest’ottica è la corresponsabilità sociale che ci rende esseri umani: être, c’est participer (secondo le medesime parole di Lévy-Bruhl).
Decenni dopo queste osservazioni, con l’avvento della prospettiva fenomenologica, gli studi di Lévy-Bruhl vennero ripresi in mano, fino a che (nei primi anni Duemila) i filosofi De Jaegher e Di Paolo giunsero ad ipotizzare che sia la percezione stessa ad essere partecipativa.
Il processo che conduce all’assegnazione del senso diviene perciò, da individuale, sociale
La percezione dei fenomeni da parte dell’individuo non avviene come se essi venissero impressi su una pellicola fotografica, riprendendo con tale assunto le antiche parole di Lévy-Bruhl:
“la partecipazione penetra intimamente nella natura delle cose; senza partecipazione le ‘cose’ non potrebbero essere date nell’esperienza: esse semplicemente non esisterebbero. La partecipazione è perciò immanente nell’individuo”
Le implicazioni che tali ‘lunghi giri del pensiero’ portano all’idea stessa di didattica mi sembrano illuminate ed illuminanti.
Con una simile certezza, ti auguro un buon weekend ♡




