Lettere ad un (giovane) docente

Lettere ad un (giovane) docente

Spiegare O Interpretare

Parte #1. (spoiler) A scuola non si spiega ma si interpreta una realtà complessa

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Simona B.
mag 13, 2026
∙ A pagamento

Ciao ♡

Comincia oggi un nuovo MINI-PERCORSO DI FORMAZIONE, il n.19 (che è poi anche… forse… il mio numero preferito😌).

I percorsi sono destinati agli abbonati e durano un mese; sono perciò costituiti da 4 appuntamenti settimanali durante i quali vengono chiariti i confini del tema in oggetto, proposte attività da svolgere in classe e avviate riflessioni da portare nel consiglio di classe, in modo da poter costruire vie educative che coinvolgano tutte le discipline.

Se anche non sei abbonato alle Lettere, potrai sempre leggere l’anteprima dei percorsi (come adesso stai facendo) ed eventualmente valutare di passare alla versione a pagamento.

In ogni caso, ti ringrazio di essere qui.

Partirei quindi ‘con il botto’, in medias res.

Quando siamo in classe e vogliamo che gli studenti acquisiscano una nuova conoscenza, una nuova competenza… Quando ci accingiamo ad iniziare una nuova unità di apprendimento… Insomma, quando mettiamo sul piatto una novità…

… in che modo descriviamo la nostra azione?

Il verbo che, in modo più elementare e vago, può definire la qualità del nostro fare - per alcuni docenti, in ogni ora di lezione; per altri, forse più ‘illuminati’, soltanto in talune fasi del processo di insegnamento/apprendimento - è il verbo “SPIEGARE”.

“Oggi ho spiegato la Prima Guerra Mondiale”, “Non mi ascoltavano proprio, mentre spiegavo le equazioni!”, …

Da Treccani:

  • “svolgere, distendere, ciò che era ripiegato e avviluppato”; “liberare da una situazione intricata, difficile”; “spiegare il volo → prendere il volo”

  • “significa far capire, chiarire, rendere comprensibile qualcosa che non è semplice o è addirittura oscuro”

Quali definizioni parrebbero più esaustive e puntuali per descrivere quello che è il lavoro dell’insegnante?!

“Spiegare” rimanda all’accesso ad una conoscenza prima proibita o troppo complessa, ad un processo di scoperta, di apertura; un processo che, se in ultima analisi è intellettivo, dapprincipio è invece qualcosa di fisico, materico.

E se esiste un oggetto che - matericamente e metaforicamente, appunto - viene progressivamente ‘aperto’, in parallelo a quanto accade alla mente che vi si immerge, questo è il libro.

Anzi, no. Questo è il TESTO.

Quando ho deciso di avviare finalmente il gruppo di lavoro #TRAMEDISCUOLA (‘finalmente’, perché desideravo avere intorno a me persone in carne e ossa, con le quali guardarsi negli occhi, sebbene su Meet o su Zoom, persone da incontrare in occasione di qualche evento qui e là e con le quali condividere le domande cruciali dell’insegnamento), mi era perfettamente chiaro che - prima ancora di confrontarci con l’adozione alternativa - avremmo dovuto e voluto rileggere le linee di fondo di ciò che è un testo.

Che cosa significa impostare la scuola in modo da tessere una trama che abbracci l’intera realtà?

La mia, a questo punto, vuole essere una provocazione (ma forse nemmeno troppo):

i testi che portiamo dentro la nostra didattica, dei quali ci avvaliamo per fare didattica e che consegniamo ai nostri studenti per favorire il loro apprendimento, NON sono MAI libri che è necessario spiegare, ma sono testi che chiedono di essere interpretati

Per questa ragione, nella mia mente esiste una profondissima distinzione tra ‘libro in adozione’ e ‘testo per la didattica’.

E oso affermare che il ‘libro in adozione’ non è quasi mai un testo.

  1. Innanzitutto perché la locuzione che ne determina l’avvento tra le nostre mani di insegnante - “in adozione” - presuppone che la decisione sia stata effettuata: (a) a monte dell’aver lavorato con la classe (in quel preciso momento, ché anche essere stati docenti di classe l’anno precedente non mette al riparo da tutti i cambiamenti repentini dei cuccioli di H. sapiens nell’età 3-19!); (b) a volte persino a monte dell’averla conosciuta; (c) spesso da altri; (d) spesso con motivazioni più burocratico-amministrative che didattiche - “così la segreteria fa meno fatica”, “perché tutte le sezioni devono avere lo stesso libro”, etc.

  2. (che deriva dal n.1) E perciò l’oggetto cartaceo che viene assurto a nume tutelare della nostra didattica disciplinare non ha la minima idea delle giovani persone alle quali andrà in mano, dei bisogni, dei desideri e della motivazione che esse avranno; né ha in mente chi sia il docente, da quale percorso formativo derivi, da ciò che nella sua storia di studio lo ha affascinato e da ciò che lo ha respinto. Il ‘libro di testo’ si presenta a tutti come un oggetto innocuo, muto e quindi sterile.

  3. (che deriva dal n.2) Di necessità - poiché gli è stato chiesto di essere innocuo, muto e sterile - l’oggetto in questione si presterà, al più, ad essere spiegato, ad essere reso più ‘piano’ e più fruibile, giacché, per poter offrire qualcosa di diverso, dovrebbe parlare DIVERSAMENTE ad ogni DIVERSO studente. E questa è cosa che accade soltanto con i testi. Risorse - per scelta e definizione - leggibili (anzi, esperibili) a più livelli, che accolgono ognuno degli studenti in modo differente. Ecco perché la loro funzione non può che essere quella di aprirsi all’interpretazione.

se i punti 1, 2 e 3 in qualche modo ti ‘risuonano’, il progetto TRAME è aperto a chiunque! Scrivimi e ne farai parte. Oppure se conosci qualcuno che potrebbe essere interessato, puoi condividere questo articolo utilizzando il bottone sottostante. In ogni caso, grazie!

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La differenza tra ‘libro di testo’ e ‘testo per la didattica’ è analoga a quella che intercorre (tanto per rimanere nel mio) tra ESERCIZIO e PROBLEMA. L’esercizio è chiuso su se stesso e non introduce conoscenza alcuna, il problema è soggetto ad interpretazione e alla valutazione delle diverse vie risolutive.

Attenzione, infatti! Educare all’interpretazione non significa sbandierare la vela del “va comunque sempre bene!”. Interpretare significa applicare, nei testi, i molteplici criteri di cui siamo in possesso, prevedere (o, in alternativa, osservare) a quale lido essi ci stiano conducendo, ed infine decidere se tornare indietro e ricominciare tutto daccapo, scegliendo un’altra chiave di accesso. Interpretativa, appunto.

I migliori manuali di didattica della matematica che ho incontrato (e che comunque non ho mai utilizzato come testi definitivi nelle mie classi) presentavano esercizi e problemi in un rapporto pari a circa 1:10. Alla faccia di “l’anno prossimo scelgo un libro con venti pagine di esercizi sulle frazioni!”.

Nella sezione successiva, vorrei iniziare ad addentrarmi nella differenza tra spiegazione ed interpretazione per chiarire a noi stessi che cosa chiediamo allo strumento ‘libro di testo’. E lo farò seguendo uno dei miei mentori, un gigante della filosofia novecentesca.

Se ti interessa, puoi continuare a leggere nella prossima sezione.

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